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Ma dopo poco tempo giunse un momento terribile. Mentre trascinavano il loro pesante carico verso la porta, il suono di ferraglia del carro ed ogni altro rumore vennero sommersi da un incredibile schiamazzo proveniente dall'esterno della porta, un ruggito simile a quello di un terremoto, talmente profondo e intenso che lo si sentiva nelle ossa, più che con le orecchie. E la porta sobbalzò sui cardini di ferro, rabbrividendo. Ella vide allora Agat, per un momento. Stava correndo, a capo di un vasto gruppo di arcieri e di uomini armati con pistola a dardi provenienti dalle parti basse della città, e mentre correva urlava ordini a un altro gruppo che stava sulle mura.

Tutte le donne si dispersero, con l'ordine di rifugiarsi in strade più vicine al centro della città. Hooo, hooo, hooo! gridava la voce della moltitudine alla Porta di Terra, un rumore così vasto che pareva che fossero le montagne stesse a gridare, decise ad alzarsi e a precipitare nel mare la città. Il vento era gelido, pungente. La squadra di cui faceva parte Rolery si era dispersa, tutto era confusione. Ella non aveva alcun lavoro a cui dedicarsi. Si stava facendo buio. Il giorno non era così avanzato, non era ancora giunto il momento dell'oscurità. D'improvviso ella comprese di essere veramente prossima alla morte, credette nella propria morte imminente; rimase immobile e pianse in silenzio, laggiù nella strada vuota, in mezzo alle case alte, vuote.

In una strada laterale, alcuni ragazzi stavano sollevando pietre e le portavano più in basso, per rafforzare le barricate che erano state poste nelle quattro strade che portavano alla piazza principale, come rinforzo alle porte. Ella si unì al gruppo per tenersi calda, per fare qualcosa. Faticarono in silenzio, in cinque o sei, facendo un lavoro che era troppo pesante per loro.

— La neve — disse uno dei ragazzi, fermandosi accanto a lei. Ella sollevò lo sguardo, distogliendolo dalla pietra che stava spingendo a palmo a palmo lungo la strada, e vide i bianchi fiocchi che roteavano davanti a lei e che cadevano sempre più fitti di momento in momento. Tutti s'immobilizzarono. Ora non c'era più vento, e la voce mostruosa che gridava alla porta tacque. La neve e l'oscurità giunsero insieme, portando il silenzio.

— Guardate — disse la voce di un ragazzo, meravigliata. Già era divenuto impossibile vedere la fine della strada. Un debole riflesso giallastro era la luce del Palazzo della Lega, a solo un isolato di distanza.

— Abbiamo tutto l'Inverno per guardare la neve — disse un altro ragazzo. — Se arriveremo a vederlo. Andiamo! Staranno già servendo il pasto, al Palazzo.

— Vieni? — disse il più giovane, rivolto a Rolery.

— I miei sono nell'altra casa, il Tiatro, credo.

— No, mangiamo tutti nel Palazzo, per risparmiare lavoro. Vieni con noi. — I ragazzi erano timidi, rudi, camerateschi. Rolery li segui.

La notte era giunta presto; il giorno giunse tardi. Ella si destò in casa di Agat, al suo fianco, e vide una luce grigia sulle pareti grige, strisce di confuso chiarore che filtravano dietro le imposte che nascondevano le finestre di vetro. Ogni cosa era ferma, completamente immobile. All'interno della casa e al suo esterno non c'era il minimo rumore. Come poteva essere così silenziosa una città assediata? Ma l'assedio e i Gaal sembravano molto lontani, tenuti a distanza da quello strano silenzio dell'alba. Lì si stava caldi, e lì c'era Agat, al suo fianco, perduto nel sonno. Ella continuò a giacere immobile.

Qualcuno che bussava al piano di sotto, pugni battuti contro la porta, voci. L'incanto si ruppe; il momento di felicità passò. Stavano chiamando Agat. Ella lo destò, compito arduo; infine, ancora accecato dal sonno, egli si mise in piedi e spalancò finestra e imposta, lasciando entrare la luce del giorno.

Il terzo giorno dell'assedio, il primo della tempesta. La neve era già alta un piede nelle strade e continuava a cadere, senza interruzione, a volte fitta e calma, spesso sospinta da un aspro vento del nord. Ogni cosa era messa a tacere e trasformata dalla neve. Le montagne, la foresta, i campi, tutti erano spariti; non c'era cielo. I tetti vicini svanivano nel bianco. C'era neve caduta e neve che cadeva, per una breve distanza, e poi non si poteva più vedere nulla.

Ad ovest la marea si era ritirata sempre più indietro, nella tempesta silenziosa. Il viadotto elevava sul vuoto le sue curve. La Torre era invisibile. Non c'era il cielo, non c'era il mare. La neve continuava a cadere sui precipizi bui, nascondendo la sabbia.

Agat richiuse imposte e finestre e si voltò verso di lei. Il suo viso era ancora rilassato dal sonno, la sua voce era roca. — Non possono essersene andati — mormorò. Poiché era ciò che gli avevano gridato dalla strada: «I Gaal se ne sono andati, sono partiti, stanno correndo a sud…».

Non si poteva saperlo. Dalle mura di Landin non si poteva vedere altro che la tempesta. Ma un poco più avanti, entro la tempesta, potevano esserci mille tende rizzate, in attesa che la tempesta di neve cessasse; oppure poteva non essercene alcuna.

Alcuni esploratori si spinsero al di là delle mura, a mezzo di corde. Tre ritornarono dicendo di essere risaliti lungo la montagna fino alla foresta e di non avere incontrato Gaal; ma erano ritornati poiché non avevano più potuto vedere la città stessa, giunti a un centinaio di metri di distanza. Uno non fece ritorno. Catturato, o disperso nella tempesta?

Gli Alterra si incontrarono nella biblioteca del Palazzo; come di consueto, qualsiasi cittadino che lo desiderasse venne ad ascoltare con diritto di prendere la parola. Il Concilio degli Alterra era di otto persone, adesso, non di dieci. Jonkendy Li era morto, e così pure Haris: il più giovane e il più vecchio. Ma i presenti erano solo sette, perché Dipilota era di guardia. La stanza, tuttavia, era affollata di ascoltatori silenziosi.

— Non sono partiti… Non sono vicino alla città… Alcuni… alcuni lo sono… — Alla Pasfal parlava con voce spessa, e sul collo le pulsavano le vene; aveva la faccia grigia come la cenere. Tra tutti i Nati Lontano era colei che era meglio allenata in ciò che essi chiamavano ascolto mentale: poteva udire i pensieri della gente più lontano di ogni altro, e poteva ascoltare una mente che non sapeva di essere spiata.

Questo è proibito, aveva detto Agat molto tempo prima… una settimana prima?… e si era espresso contro il tentativo di scoprire se i Gaal fossero ancora accampati nei pressi di Landin. — Non abbiamo mai infranto questa legge — aveva detto. — Non l'abbiamo mai infranta in tutto l'Esilio. — E aveva aggiunto: — Sapremo dove sono i Gaal non appena la neve cesserà di cadere; nel frattempo resteremo di sorveglianza.

Ma gli altri non erano d'accordo con lui, e la sua volontà venne messa in minoranza. Rolery provò un senso di confusione e di pena, quando vide che si tirava indietro e che accettava la loro decisione. Egli aveva cercato di spiegarle perché dovesse fare così; le aveva detto di non essere il capo della città o del Concilio, che erano eletti dieci Alterra e che essi governavano insieme, ma tutto ciò non aveva senso per Rolery. O egli era il loro capo, oppure non lo era; e se non lo era, erano perduti.

Ora la vecchia tremava, con gli occhi che non vedevano, e cercava di mettere in forma di parole le mezze cose indicibili che vedeva in menti straniere i cui pensieri venivano formulati in un linguaggio sconosciuto, la comprensione rapida e inarticolata di ciò che toccavano le mani di uno straniero: — Tengo in mano… in mano… una corda… — balbettò.

Rolery rabbrividì di paura e di disgusto; Agat sedeva voltato dall'altra parte, senza guardare Alla, ritirato in se stesso.

Infine Alla tacque, e rimase immobile a sedere per lungo tempo, con il capo chino.

Seiko Esmit versò per ciascuno dei sette Alterra e per Rolery la piccola tazza cerimoniale di tii; ciascuno, limitandosi a sfiorarla con le labbra, la passò a un concittadino, e questi a un altro, finché la tazza fu vuota. Rolery guardò affascinata la tazza che Agat le diede, prima di bere e di passarla avanti. Azzurra, fragile come una foglia, permetteva che la luce le passasse attraverso, come un gioiello.

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